Appunti di vita in ordine sparso

La felicità costa sacrificio e fatica

Qualche giorno fa ti ho parlato del fatto che il percorso è importante, più importante della meta.
Oggi voglio raccontarti di quanto è importante faticare, del perché se non impari cosa significa fare un “sacrificio”, difficilmente potrai imparare ad essere felice. Sì: perché “essere felici” è un qualcosa che si impara nel corso della vita. O meglio: è necessario re-impararlo perché, per tante ragioni (in parte simili per ognuno di noi, in parte diverse), diventando “adulti” l’abbiamo dimenticato. Tu forse ora non sai quando e perché è successo, forse non ricordi neppure quando è stato l’ultimo periodo della tua vita in cui sentivi di essere felice. Prova a pensare a quando avevi 8 anni, a come trascorrevi le tue vacanze estive, agli odori e alle immagini e alle canzoni… Pensa agli abbracci dei tuoi genitori o delle persone che per te rappresentavano il mondo. Ecco. Probabilmente in quei momenti eri felice.

La fatica ti migliora (appunti di automiglioramento, parte seconda)

Viviamo in un’epoca in cui le parole “fatica” e “sacrificio” hanno più che mai una connotazione negativa. Ci capita di invidiare un individuo con una vita “agiata” per il suo conto in banca, per la sua autovettura, per la sua casa e per gli abiti alla moda che indossa; meno tale individuo lavora, più la nostra invidia è grande… Pur sapendo che tutto ciò non dà la felicità. Al contrario, invece, difficilmente invidiamo chi fatica e si sacrifica. Colui che si alza presto al mattino per lavorare nei campi o badare agli animali. Chi svolge lavori duri, faticosi, stancanti. I “fanatici” che nel fine settimana anziché dormire e riposare pensano a fare sport.
Eppure sospettiamo che queste persone possano essere più felici rispetto all’individuo di cui sopra.

La questione è che -per quanto ci lamentiamo- la maggior parte di noi ha la fortuna di avere una vita “comoda”: questo nostro mondo ci offre continue “scorciatoie”… E noi siamo assuefatti da tutte queste comodità. Usiamo l’automobile anche per percorrere 1km o meno. Compriamo le buste di insalata già pronta al supermercato per non doverla pulire e tagliare. Ci piace non preoccuparci di “pensare”, quindi passiamo ore ed ore davanti ad una TV che ci permette di spegnere i nostri cervelli o ci suggerisce argomenti di discussione di un certo spessore (la velina ed il calciatore, l’Isola e la Casa, i “semi-dei” che corrono dietro una palla con giri di soldi dietro da capogiro e gli assurdi teatrini di altrettanto assurdi “politici-attori”..).
…E così siamo sempre più stanchi, grassi, demotivati, infelici, annoiati. Lavoriamo di più, magari, per poterci permettere una serie di comodità che in realtà non ci fanno stare meglio e non ci servono. Passiamo troppo poco tempo con i nostri cari, e magari non lo godiamo perché abbiamo in testa preoccupazioni e pensieri. Sempre più spesso soffriamo di mal di testa che, prontamente, blocchiamo sul nascere con una pastiglia per poter lavorare o sprecare la nostra vita davanti la TV, senza preoccuparci delle reali cause.
E vogliamo di più. Sempre di più. La grande corsa verso il nulla.

Abbiamo perso di vista la capacità di riconoscere il valore delle cose. Non siamo in grado di porci le giuste priorità, di gestire il nostro tempo in modo sensato. Faticare e sudare e rinunciare ad una serie di cose (inutili) ci spaventa: ci siamo rammolliti.


Una decina di giorni fa ho avuto il piacere e l’onore di partecipare, in compagnia di un gruppo di amici, ad un’escursione in montagna: destinazione laghi di Santo Stefano (Ponte in Valtellina, partenza da frazione Briotti, 1047 mt.). L’idea, inizialmente, era quella di una “passeggiata tranquilla”: partenza intorno alle ore 13:00.

Vista dalla punta di Santo Stefano (Valtellina)

Tuttavia, arrivati là dove ci si era prefissati di arrivare, qualcuno ha lanciato una nuova sfida: «Tentiamo di raggiungere la cima, la punta di Santo Stefano»… Arrivare ai 2700 mt. della cima comportava un ulteriore bel pezzo di strada e tanta altra fatica. L’idea è stata accolta in modo favorevole dal gruppetto. Io ne ero a dir poco entusiasta.
E così, dopo un’oretta, eccoci ai piedi della punta; il percorso non è semplicissimo: in certi tratti è da prestare molta attenzione. Io, a differenza di altri compagni d’avventura, non me la sento di scalare l’ultimo tratto: mi sento troppo stanco e insicuro… E l’idea che un piede appoggiato male o una banale perdita d’equilibrio potrebbe essere fatale, mi suggerisce di fermarmi. Così mi fermo a qualche decina di metri dalla punta, forse un paio.
Al ritorno si decide di percorre un tragitto differente da quello fatto nella salita… Scelta che ci ha fatto camminare almeno 1-2 ore in più, affrontando certi tratti di sentiero piuttosto impegnativi, tra rocce scivolose ed erba alta e folta vegetazione.

Arriviamo a destinazione, dove abbiamo lasciato la vettura, solo intorno alle 21:30, quando ormai era quasi buio. Stanchi, stremati, assetati (le riserve idriche non sono bastate; di due fontane incontrate durante il tragitto, una era chiusa, l’altra erogava acqua mista a terra).

Cosa c’è di così speciale, in tutto ciò? È difficile spiegarlo… Ed io stesso, anche solo un anno fa, non sarei stato in grado di comprendere appieno (avrei pensato «Ma chi gliel’ha fatto fare, a questi?»). Al di là del paesaggio stupendo, della quiete e della natura meravigliosa, dell’aver condiviso una stupenda esperienza con persone amiche, c’è il fatto di essere riusciti, con la fatica ed il sacrificio, ad arrivare fino in fondo: l’importanza del percorso, più che della meta. C’è il fatto di essersi posti degli obiettivi ambiziosi, di aver dato il massimo per raggiungerli. C’è il fatto di essersi fermati, ad un certo punto: aver avuto la consapevolezza dei propri limiti in un determinato momento, in una precisa situazione, e averli accettati.

Sembrerà sciocco, forse, visto dall’esterno. Ma quando vivi certe situazioni, in cuor tuo ti senti un eroe. Senti di esserti messo a dura prova, di aver avuto il coraggio di affrontare le paure, le difficoltà, le fatiche, e di aver vinto. Ed ecco che la tua autostima cresce a dismisura, ecco che inevitabilmente, inconsciamente, cambi il tuo modo di vivere la quotidianità: cambia il tuo punto di vista. Le fatiche sembrano sempre meno faticose. Le difficoltà non ti spaventano più, così come le nuove sfide.

Fino a 5 mesi fa non ero in grado di correre per più di 2 minuti. Non avevo né fiato (un pacchetto di sigarette al giorno di certo non aiutava), né resistenza nelle gambe. Un’escursione del genere sarebbe stata impensabile: mi sarei “trascinato”, non sarei riuscito ad arrivare fin dove sono arrivato ed il giorno successivo sarei stato paralizzato. Smettere di fumare da un giorno all’altro, cominciare a correre (all’inizio era un qualcosa tipo alternare corsa per un paio di minuti e camminata per 10-15 minuti), non è stato per niente facile. Ci sono voluti mesi (un paio) per riuscire a correre per più di un’ora di fila, senza sosta. E’ stato un sacrificio. E’ stato faticoso. Eppure mi ha portato qui, dove sono oggi.


Quando eri bambino eri capace di essere felice, probabilmente, perché vivevi continuamente tante piccole grandi “conquiste”, giorno dopo giorno, e perché ai tuoi occhi il mondo sembrava infinito.
Oggi, invece, da adulto, difficilmente qualcosa ti sorprende: pensi che non ci sia più nulla da conquistare, pensi di conoscere tutto e aver provato tutto, dai ogni cosa per scontata. Raramente desideri davvero qualcosa e se qualcosa costa troppa fatica, abbassi le tue aspettative.

E nella vita lo fai di continuo. Non te ne rendi neppure più conto, da tanto ti viene spontaneo farlo.
Prova invece a porti un obiettivo. Una qualsiasi cosa per te stesso, grande o piccola che sia, che ti porti dentro da chissà quanto tempo, ma che continui a posticipare perché “troppo faticosa”.
Smettere di fumare. Cominciare a camminare o a correre. Andare in piscina o in palestra. Prestare più attenzione alla tua alimentazione. Curare il tuo aspetto.

Se sarai abbastanza forte da perseverare, da non mollare di fronte alla prima difficoltà, avrai modo di scoprire prima di quanto pensi come i tuoi sforzi ti possono portare ad una maggiore fiducia in te stesso, ad una più elevata autostima… Ad essere una persona migliore. E una volta cominciato, vedrai che non potrai più farne a meno.

Faticare e far dei sacrifici non è sufficiente, di per sé, per raggiungere la felicità; ma ti posso assicurare che è un ottimo punto di partenza, nonché un requisito fondamentale. E ricorda: «Il segreto del successo è non limitare la tua identità alla realtà del momento, ma espanderla per includere il tuo potenziale più alto».

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  • Giuseppe

    Ciao Deste ,
    Bellissimo testo, riflessioni, osservazioni e constatazioni !!
    Fluido e gradevole nel leggerlo, con non pochi punti ove vengono stimolati e trasmessi spontanei inviti/spazi per concedersi momenti di riflessioni proprie !
    Pertanto x ricambiare tali doni, ti invito a provare a riflettere sulla differenza tra felicità e serenità !
    La prima ha una valenza temporale al quanto ridotta , è assolutamente spontanea e mai gestibile in modo organizzativo !
    La serenità inece puo durare nel tempo, puo essere anche uno stile di vita ed è cio che conta realmente alla “botta ” di felicità improvvisa o crescente !
    Pertanto a mio avviso , il vero miglioramento di se stessi è operare e mirare sopratutto alla serenità , e appunto parlando di “percorso e non di vetta ” la serenità puo accompagnarti sempre… la vetta è solo un momento !! anche se entrambe sono legate e importanti !
    ( forse non ho saputo espletare bene il mio pensiero , abbiate pazienza 🙂 )
    Buon momento Deste …ciao e complimenti veramente !!

    • Grazie di cuore Giuseppe: il tuo commento mi lusinga e mi fa capire di essere riuscito nel mio intento.
      E grazie, soprattutto, per la tua amicizia. Le tue parole più di una volta mi hanno aiutato a far chiarezza dentro di me… E, tra le tante cose, è merito anche della nostra ultima chiacchierata se oggi sono una persona diversa rispetto a mesi addietro.

      Ho riflettuto parecchio sul tema che hai proposto: la differenza tra felicità e serenità. Credo che tu abbia espresso perfettamente il tuo pensiero… E ammetto che, se mi avessero posto questa domanda mesi fa, avrei risposto esattamente come tu stesso suggerisci: anche io ho sempre pensato che la serenità possa essere “per sempre”, mentre la felicità no; che la prima sia frutto di una ricerca e una crescita, mentre la seconda quasi una “casualità”, un episodio fortuito. Addirittura, in certo momenti mi è capitato anche di pensare che solo le persone superficiali, sciocche, possono essere perlopiù felici.
      Ma ho dovuto ricredermi: negli ultimi mesi il cambiamento dentro e intorno a me mi ha portato a “sentirmi felice”, non solo “sentirmi sereno”… Cosa vuol dire? Che essere “felici” è più che essere “sereni”: la felicità non può esistere, chiaramente, senza serenità. Essere felici significa riuscire a godere di ogni cosa intorno a te, significa riuscire ad assaporare ogni istante… Significa riuscire a vedere e affrontare qualunque situazione, qualsiasi, con serenità, entusiasmo, sentendoti appagato e motivato e fiero di te. La serenità di per sé, invece, è la sola assenza di turbamento, una pacata e rassegnata tranquillità.
      Ovviamente questo è solo il mio punto di vista. Ma io sono fermamente convinto che “imparare ad essere sereni” sia il primo passo da fare, prima di “imparare ad essere felici”. Perché anche l’essere felici è un qualcosa che si deve conquistare, che si può conquistare.
      Sia ben chiaro: qui non si parla della felicità che ti fa canticchiare tutto il giorno, che ti fa sorridere di fronte ad ogni cosa. È ovvio: nella vita, prima o dopo, tanto o poco, ognuno di noi incontra delle difficoltà. Tutti noi viviamo momenti e situazioni di tristezza, di dolore, di sofferenza: non possiamo sorridere ogni giorno della propria vita. Ma se siamo riusciti ad accendere dentro di noi, nel nostro animo, quel fuoco, quell’amore verso noi stessi e verso la vita… Allora riusciremo anche ad accettare la sorte avversa, che altro non è che la vita stessa. Il dolore ed il piacere. La gioia e la sofferenza. È solo la vita, niente di più… E comunque vada: dobbiamo sempre e comunque essere felici, se vogliamo veramente vivere appieno questo percorso, assaporarne ogni singolo istante.
      …E sono convinto, Giuseppe, che in fondo tu non la pensi troppo diversamente da me. Anche se ognuno di noi vive a modo proprio il suo personale percorso, il tuo “momento” non credo sia molto differente dal mio. Forse è solo il “nome che diamo alle cose” che varia.
      Un abbraccio.

  • lucia

    Ciao Deste!
    Che belle queste tue riflessioni!
    E che bello il tuo percorso di crescita e scoperta!
    Buona continuazione e a presto!
    (ora preparati perchè temo siano in arrivo anche i commenti scemi di mio marito… che ci vuoi fare… lui non è in grado di cogliere la profondità delle tue parole 🙂

    • Tranquilla Luci! Mi vedi forse preoccupato? Tuo marito ci piace così com’è: lo conosciamo e gli vogliamo bene anche quando fa un po’ il guastafeste.. 😉
      Mi fa tanto piacere che ti piacciano i miei «appunti di vita in ordine sparso». Un abbraccio a tutti e 5, a presto 🙂